Siamo programmati per connetterci! E’ la scoperta fondamentale della neuroscienza .
In sintesi la struttura stessa del nostro cervello lo rende socievole. I circuiti sociali del nostro cervello ci guidano in ogni occasione di confronto: nei rapporti sentimentali o in ambito commerciale… il sistema neuronale interviene in qualunque interazione coinvolga sintonia e tempismo. (Daniel Goleman, Intelligenza Sociale)
Ebbene se la connessione è la peculiarità del nostro cervello, è pur vero che connessione è la cifra del nostro tempo. Sto naturalmente riferendomi a Internet :la rete delle reti che non è una cosa, non è un’organizzazione. Nessun proprietario, nessun garante. Internet è tutti i computer sono connessi.
La tecnologia ci ha messo in grado di abbattere mura e di oltrepassare confini senza nessuna differenza di segmento, pure l’economia è connessa: le relazioni sociali così come l’economia del cyberspazio legano le persone (con identità profilate più o meno efficacemente a seconda degli spazi in cui gli internauti surfano) e le imprese in una fitta ragnatela di relazioni interdipendenti. Unica vision: condividere attività e obiettivi. A tal proposito una sintesi quasi lapalissiana ormai, è quella offerta dal caporedattore di Wired, Kevin Kelly:
l’atto centrale dell’era a cui ci stiamo affacciando è il connettere tutto con tutti [...] in futuro tutti gli elementi piccoli e grandi saranno collegati a vastissime ragnatele e a vastissimi livelli.
Le nuove relazioni sono liquide (Zygmunt Bauman docet) e transitorie come le reti in cui siamo integrati? A quanto pare si. Nel cyberspazio centinaia di migliaia di utenti creano identità funzionali alle loro comunità virtuali e per molti utilizzatori di computer le finestre possono diventare "potenti metafore per pensare il proprio sé come un sistema multiplo distribuito". A esprimersi in questi termini è Sherry Turkle, docente del MIT (Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso).
Invariabilmente l’accesso al social networking si impone come paradigma esistenziale. Si, perché i social network sono delle reti formate da legami interpersonali di differente natura.
Le reti sociali sono studiate con un formalismo matematico usando la teoria dei grafi. Classificare i Social Network è complesso perché ne nascono continuamente di nuovi, alcuni diventano popolari, altri non lo diventeranno mai, alcuni infine sono riservati a nicchie specifiche. Passiamo dai social network generali, come MySpace e Facebook, ad altri che nascono invece per coprire un ambito molto specifico, come ad esempio LinkedIn, Xing, Viadeo che aiutano a sviluppare relazioni di lavoro, oppure Flickr, dedicato ai cultori della fotografia o ancora YouTube, in cui si possono creare playlist dei propri video preferiti, sottoscrivere “abbonamenti” a canali creati da altri utenti, tanto per citarne alcuni, senza per nulla esaurire l’elenco. Altri SN sono invece aggregatori dei propri profili sui vari Social Networks, come ad esempio Spock oppure Wink.
I SN oltre che mutare la relazione nella sfera sociale in senso stretto, hanno inciso anche sulle politiche di comunicazione delle aziende, facendo leva sull’enorme numero di visitatori di alcuni siti e sulla mole di informazioni che i social networks collezionano su ogni utente facilitando la veicolazione di messaggi pubblicitari sempre più mirati proprio grazie alla efficace profilazione. Viene fatto di pensare che il modello di business che sta dietro ai SN è quello dell’advertising tradizionale e di chiedersi se poi di fatto questo modello funzioni davvero con i social networks. Stando ai risultati di un’indagine condotta da Epsilon il 55% dei CMO, Chief Marketing Officers, afferma di non essere interessato (22%) o di non essere per niente interessato (33%) a questo social media, mentre solo il 10% degli intervistati ha risposto di utilizzare i social network per promuovere il brand per cui lavora.
Per converso però, il 27% dei CMOs riconosce nei social networks e nel Word of Mouth (passaparola) un grande potenziale comunicativo e il 12% di coloro che già ne fanno uso afferma essere l’ultimo strumento cui rinuncerebbe in vista di tagli al budget.
E’ proprio il forte potere comunicativo e soprattutto relazionale ad attrarre verso i social networks che diventano cioè il terreno di scambio in cui si cercano le aziende che ne fanno uso per avere un dialogo. Qui nascono e si propagano i meccanismi di marketing virale, in cui un video o un meme può raggiungere esponenzialmente tante persone a costo nullo.
E’ sufficiente creare un profilo per un prodotto o widget che gli utenti possono installare sulla propria pagina del social network di aggregazione e il gioco è fatto! Ma si tratta qui anche di una rivoluzione delle azioni di marketing tradizionali : contattare gli utenti dei SN come “un amico” è un cambiamento di paradigma molto forte per le aziende con la conseguente rivisitazione di pensiero e di azione da parte delle stesse.
Un esempio lampante ed immediatamente portabile è quello del buzz marketing e del Word of Mouth, cardini del marketing virale, cioè creare rumore, conversazione, far parlare di sé, ovvero far parlare di una notizia, di un prodotto, ecc, con lo stesso meccanismo di diffusione: la rete!
Si è passati dal passaparola generato prevalentemente attraverso lo scambio di informazioni via e-mail o via chat a meccanismi veri e propri grazie alle possibilità del Web 2.0 nella rete. Fare passare un video, far scrivere di un prodotto, servizio o notizia su un blog influente può generare passaparola così come aiuta anche il coinvolgere la propria rete di amicizie su un Social Network. Naturalmente non ogni notizia passa , diventa virale.
Quello che fa la davvero la differenza è la qualità del contenuto. Carpire l’interesse e colpire sono ingredienti basilari perché un contenuto diventi virale. A queste poi si possono aggiungere quelle che molti informatici chiamano R-techonologies, tecnologie relazionali: tecnologie, cioé non come strumento di gestione dell’informazione, ma come veicolo di relazione. (Wired). Nell’era del social marketing l’unico capitale che serve è la relazione con il cliente puntando sulla sua fidelizzazione. Nei circoli di marketing si discute di come sfruttare le R-technologies per creare comunità come il modo più efficace per creare relazioni durature con il cliente col quale ci creca di "creare intimità"
Ma che ne è delle infinite relazioni reciproche tradizionali, fondate sull’affetto, sull’amore sulla devozione? Non è spaventoso che il social marketing si stia diffondendo veicolato da tecnologie che tendono a creare "intimità con il cliente"? Esso si radica e si struttura su legami di comunità , su social netwok.
O forse è ancora più agghiacciante la considerazione che i surrogati di sfera sociale siano passati inosservati senza sollevare critiche?
Il cartesiano "cogito ergo sum" è stato sostituito dal "sono connesso, dunque esisto". E si, perché la chiave di tutto, sia nella sfera sociale, sia nel marketing , sia in azioni più convenzionali, è la relazione: informare, rispondere, chiacchierare, insomma esserci, essere connessi.
Social Networking e Social Marketing: ovvero l’era dell’accesso
Siamo programmati per connetterci! E’ la scoperta fondamentale della neuroscienza .
Ebbene se la connessione è la peculiarità del nostro cervello, è pur vero che connessione è la cifra del nostro tempo. Sto naturalmente riferendomi a Internet :la rete delle reti che non è una cosa, non è un’organizzazione. Nessun proprietario, nessun garante. Internet è tutti i computer sono connessi.
La tecnologia ci ha messo in grado di abbattere mura e di oltrepassare confini senza nessuna differenza di segmento, pure l’economia è connessa: le relazioni sociali così come l’economia del cyberspazio legano le persone (con identità profilate più o meno efficacemente a seconda degli spazi in cui gli internauti surfano) e le imprese in una fitta ragnatela di relazioni interdipendenti. Unica vision: condividere attività e obiettivi. A tal proposito una sintesi quasi lapalissiana ormai, è quella offerta dal caporedattore di Wired, Kevin Kelly:
Le nuove relazioni sono liquide (Zygmunt Bauman docet) e transitorie come le reti in cui siamo integrati? A quanto pare si. Nel cyberspazio centinaia di migliaia di utenti creano identità funzionali alle loro comunità virtuali e per molti utilizzatori di computer le finestre possono diventare "potenti metafore per pensare il proprio sé come un sistema multiplo distribuito". A esprimersi in questi termini è Sherry Turkle, docente del MIT (Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso).
Invariabilmente l’accesso al social networking si impone come paradigma esistenziale. Si, perché i social network sono delle reti formate da legami interpersonali di differente natura.
Le reti sociali sono studiate con un formalismo matematico usando la teoria dei grafi. Classificare i Social Network è complesso perché ne nascono continuamente di nuovi, alcuni diventano popolari, altri non lo diventeranno mai, alcuni infine sono riservati a nicchie specifiche. Passiamo dai social network generali, come MySpace e Facebook, ad altri che nascono invece per coprire un ambito molto specifico, come ad esempio LinkedIn, Xing, Viadeo che aiutano a sviluppare relazioni di lavoro, oppure Flickr, dedicato ai cultori della fotografia o ancora YouTube, in cui si possono creare playlist dei propri video preferiti, sottoscrivere “abbonamenti” a canali creati da altri utenti, tanto per citarne alcuni, senza per nulla esaurire l’elenco. Altri SN sono invece aggregatori dei propri profili sui vari Social Networks, come ad esempio Spock oppure Wink.
I SN oltre che mutare la relazione nella sfera sociale in senso stretto, hanno inciso anche sulle politiche di comunicazione delle aziende, facendo leva sull’enorme numero di visitatori di alcuni siti e sulla mole di informazioni che i social networks collezionano su ogni utente facilitando la veicolazione di messaggi pubblicitari sempre più mirati proprio grazie alla efficace profilazione. Viene fatto di pensare che il modello di business che sta dietro ai SN è quello dell’advertising tradizionale e di chiedersi se poi di fatto questo modello funzioni davvero con i social networks. Stando ai risultati di un’indagine condotta da Epsilon il 55% dei CMO, Chief Marketing Officers, afferma di non essere interessato (22%) o di non essere per niente interessato (33%) a questo social media, mentre solo il 10% degli intervistati ha risposto di utilizzare i social network per promuovere il brand per cui lavora.
Per converso però, il 27% dei CMOs riconosce nei social networks e nel Word of Mouth (passaparola) un grande potenziale comunicativo e il 12% di coloro che già ne fanno uso afferma essere l’ultimo strumento cui rinuncerebbe in vista di tagli al budget.
E’ proprio il forte potere comunicativo e soprattutto relazionale ad attrarre verso i social networks che diventano cioè il terreno di scambio in cui si cercano le aziende che ne fanno uso per avere un dialogo. Qui nascono e si propagano i meccanismi di marketing virale, in cui un video o un meme può raggiungere esponenzialmente tante persone a costo nullo.
E’ sufficiente creare un profilo per un prodotto o widget che gli utenti possono installare sulla propria pagina del social network di aggregazione e il gioco è fatto! Ma si tratta qui anche di una rivoluzione delle azioni di marketing tradizionali : contattare gli utenti dei SN come “un amico” è un cambiamento di paradigma molto forte per le aziende con la conseguente rivisitazione di pensiero e di azione da parte delle stesse.
Un esempio lampante ed immediatamente portabile è quello del buzz marketing e del Word of Mouth, cardini del marketing virale, cioè creare rumore, conversazione, far parlare di sé, ovvero far parlare di una notizia, di un prodotto, ecc, con lo stesso meccanismo di diffusione: la rete!
Si è passati dal passaparola generato prevalentemente attraverso lo scambio di informazioni via e-mail o via chat a meccanismi veri e propri grazie alle possibilità del Web 2.0 nella rete. Fare passare un video, far scrivere di un prodotto, servizio o notizia su un blog influente può generare passaparola così come aiuta anche il coinvolgere la propria rete di amicizie su un Social Network. Naturalmente non ogni notizia passa , diventa virale.
Quello che fa la davvero la differenza è la qualità del contenuto. Carpire l’interesse e colpire sono ingredienti basilari perché un contenuto diventi virale. A queste poi si possono aggiungere quelle che molti informatici chiamano R-techonologies, tecnologie relazionali: tecnologie, cioé non come strumento di gestione dell’informazione, ma come veicolo di relazione. (Wired). Nell’era del social marketing l’unico capitale che serve è la relazione con il cliente puntando sulla sua fidelizzazione. Nei circoli di marketing si discute di come sfruttare le R-technologies per creare comunità come il modo più efficace per creare relazioni durature con il cliente col quale ci creca di "creare intimità"
Ma che ne è delle infinite relazioni reciproche tradizionali, fondate sull’affetto, sull’amore sulla devozione? Non è spaventoso che il social marketing si stia diffondendo veicolato da tecnologie che tendono a creare "intimità con il cliente"? Esso si radica e si struttura su legami di comunità , su social netwok.
O forse è ancora più agghiacciante la considerazione che i surrogati di sfera sociale siano passati inosservati senza sollevare critiche?
Il cartesiano "cogito ergo sum" è stato sostituito dal "sono connesso, dunque esisto". E si, perché la chiave di tutto, sia nella sfera sociale, sia nel marketing , sia in azioni più convenzionali, è la relazione: informare, rispondere, chiacchierare, insomma esserci, essere connessi.